Enrico Mioso ha
23 anni, la malattia lo ha colpito quando era appena nato. E in luglio si
laurea all’Università di Trento.
Dopo il diploma
di Perito Industriale si è iscritto a Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni.
L’intenzione è proseguire e diventare ricercatore…
Immaginate di
dover risolvere un’equazione senza poterla vedere, ma solo sentendola leggere
da qualcuno. Ora moltiplicate quella piccola «missione impossibile» per le
migliaia di formule e calcoli in cui vi imbattereste se decideste di laurearvi
in Ingegneria: capirete quanto sia difficile raggiungere questo traguardo per
chi non vede.
Di seguito parti
dell’articolo tratto da “L’Arena”.
OPPEANO. In
Italia i laureati in Ingegneria non vedenti si contano sulle dita di una mano.
Tra loro, a breve, ci sarà Enrico Mioso, 23 anni, di Oppeano. Era appena nato
quando una malattia gli ha tolto la vista per sempre. Ma nulla ha potuto, il
destino, contro la determinazione, la grinta, la voglia di realizzare i sogni.
Tanto che, dopo il diploma di Perito Industriale con 98/100 all’istituto
tecnico Marconi, a luglio arriverà la laurea triennale in Ingegneria Elettronica
e delle Telecomunicazioni all’Università di Trento. Poi l’intenzione è continuare
con la specialistica per diventare ricercatore. «Arrivare fin qui è stato un
successo di gruppo», commenta Enrico, che ha imparato presto a non sentirsi in
difetto anche se, per fare molte cose, ha bisogno dell’aiuto degli altri.
«Ringrazio soprattutto i miei insegnanti, che mi hanno fatto capire che potevo
farcela come gli altri, magari con un attimo di pazienza in più».
L’Informatica è
stata il suo grande amore...
“E pensare che
all’inizio odiavo il computer: lo consideravo asettico. Da non vedente,
comprendere i principi del suo funzionamento pareva un ostacolo insormontabile.
Poi un giorno, alle medie, mi sono detto: proviamoci. Da lì la passione è
cresciuta. Ho capito che con quegli strumenti potevo competere con gli altri ad
armi pari: comunicare, studiare, approcciare le ragazze come i miei compagni.
Il PC mi ha permesso di accettare e provare a superare le mie difficoltà.
Per i non vedenti
esistono due strumenti per utilizzare il PC. Con la sintesi vocale il computer
“rilegge” le informazioni presenti sullo schermo, se si tratta di parole. Per
le formule, invece, si utilizza la barra Braille, che traduce una riga alla
volta in formato tattile, il linguaggio Braille appunto. Anche se così è più
difficile comprendere le informazioni, perché rileggere è macchinoso, quindi
occorre sviluppare molto la memoria. E poi manca il colpo d’occhio: si è
costretti a procedere per dettagli e arrivare alla fine della lettura per
capire. Un approccio che mi sono portato dietro anche nella vita: analizzo
sempre le persone per comprenderle a fondo.
Il problema vero
non è la disabilità, ma il modo in cui le persone reagiscono di fronte a
questa. Se devo chiedere aiuto a qualcuno, percepisco spesso timore. Così devo
mettere da parte l’orgoglio e limitarmi a spiegare di cosa ho bisogno, il resto
è in discesa. È stato così anche a scuola: sono stato fortunato perché ho
incontrato persone che mi hanno ascoltato e hanno scommesso mettendo in
discussione se stessi e i propri metodi didattici, fermandosi oltre l’orario
per assicurarsi che avessi assimilato la lezione: dalla maestra dell’asilo
Franca Murari ai Professori Gea Gaivari, Maria Luisa Klingler e Lorenzo Facci
dell’istituto Marconi, fino al Docente di sostegno Paolo Scapini. Senza di loro
non ce l’avrei mai fatta.
All’Università,
l’approccio è diverso. I docenti non si aspettano che per qualcuno serva un
aiuto in più. Se un professore, per esempio, scrive le formule alla lavagna senza
leggerle, per me è impossibile seguire. Ma anche qui basta chiedere e c’è sempre
chi è pronto a darti una mano. Il resto lo fa il computer, che in molti casi
sostituisce i miei occhi: per me, tecnologia significa in tutto e per tutto
integrazione.
Mia sorella e mio
fratello, più grandi, mi hanno sempre spronato e così i miei genitori, che si
sono sobbarcati anche sacrifici economici: questa tesi è una soddisfazione
anche loro. Sono contentissimi: quando ne parlo stanno in silenzio e i loro
occhi si illuminano. Non serve vederli per capirlo”.
Cosa direbbe
Enrico Mioso a chi diversamente vedente volesse seguire il suo esempio?
“Ci vogliono
fegato, calma e pazienza, ma ci si può riuscire. In troppi ambienti, di fronte
alle persone con disabilità, si gioca al ribasso e si tende ad accontentarsi,
invece che a dare la spinta che un ragazzo meriterebbe”.