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Fegato, calma e pazienza per riuscire:

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anno settimo n. 411                              27 aprile 2012

Fegato, calma e pazienza per riuscire

Enrico Mioso ha 23 anni, la malattia lo ha colpito quando era appena nato

    Enrico Mioso ha 23 anni, la malattia lo ha colpito quando era appena nato. E in luglio si laurea all’Università di Trento.

    Dopo il diploma di Perito Industriale si è iscritto a Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni. L’intenzione è proseguire e diventare ricercatore…

    Immaginate di dover risolvere un’equazione senza poterla vedere, ma solo sentendola leggere da qualcuno. Ora moltiplicate quella piccola «missione impossibile» per le migliaia di formule e calcoli in cui vi imbattereste se decideste di laurearvi in Ingegneria: capirete quanto sia difficile raggiungere questo traguardo per chi non vede.

 

    Di seguito parti dell’articolo tratto da “L’Arena”.

 

    OPPEANO. In Italia i laureati in Ingegneria non vedenti si contano sulle dita di una mano. Tra loro, a breve, ci sarà Enrico Mioso, 23 anni, di Oppeano. Era appena nato quando una malattia gli ha tolto la vista per sempre. Ma nulla ha potuto, il destino, contro la determinazione, la grinta, la voglia di realizzare i sogni. Tanto che, dopo il diploma di Perito Industriale con 98/100 all’istituto tecnico Marconi, a luglio arriverà la laurea triennale in Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni all’Università di Trento. Poi l’intenzione è continuare con la specialistica per diventare ricercatore. «Arrivare fin qui è stato un successo di gruppo», commenta Enrico, che ha imparato presto a non sentirsi in difetto anche se, per fare molte cose, ha bisogno dell’aiuto degli altri. «Ringrazio soprattutto i miei insegnanti, che mi hanno fatto capire che potevo farcela come gli altri, magari con un attimo di pazienza in più».

    L’Informatica è stata il suo grande amore...

    “E pensare che all’inizio odiavo il computer: lo consideravo asettico. Da non vedente, comprendere i principi del suo funzionamento pareva un ostacolo insormontabile. Poi un giorno, alle medie, mi sono detto: proviamoci. Da lì la passione è cresciuta. Ho capito che con quegli strumenti potevo competere con gli altri ad armi pari: comunicare, studiare, approcciare le ragazze come i miei compagni. Il PC mi ha permesso di accettare e provare a superare le mie difficoltà.

    Per i non vedenti esistono due strumenti per utilizzare il PC. Con la sintesi vocale il computer “rilegge” le informazioni presenti sullo schermo, se si tratta di parole. Per le formule, invece, si utilizza la barra Braille, che traduce una riga alla volta in formato tattile, il linguaggio Braille appunto. Anche se così è più difficile comprendere le informazioni, perché rileggere è macchinoso, quindi occorre sviluppare molto la memoria. E poi manca il colpo d’occhio: si è costretti a procedere per dettagli e arrivare alla fine della lettura per capire. Un approccio che mi sono portato dietro anche nella vita: analizzo sempre le persone per comprenderle a fondo.

 

    Il problema vero non è la disabilità, ma il modo in cui le persone reagiscono di fronte a questa. Se devo chiedere aiuto a qualcuno, percepisco spesso timore. Così devo mettere da parte l’orgoglio e limitarmi a spiegare di cosa ho bisogno, il resto è in discesa. È stato così anche a scuola: sono stato fortunato perché ho incontrato persone che mi hanno ascoltato e hanno scommesso mettendo in discussione se stessi e i propri metodi didattici, fermandosi oltre l’orario per assicurarsi che avessi assimilato la lezione: dalla maestra dell’asilo Franca Murari ai Professori Gea Gaivari, Maria Luisa Klingler e Lorenzo Facci dell’istituto Marconi, fino al Docente di sostegno Paolo Scapini. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta.

 

    All’Università, l’approccio è diverso. I docenti non si aspettano che per qualcuno serva un aiuto in più. Se un professore, per esempio, scrive le formule alla lavagna senza leggerle, per me è impossibile seguire. Ma anche qui basta chiedere e c’è sempre chi è pronto a darti una mano. Il resto lo fa il computer, che in molti casi sostituisce i miei occhi: per me, tecnologia significa in tutto e per tutto integrazione.

 

    Mia sorella e mio fratello, più grandi, mi hanno sempre spronato e così i miei genitori, che si sono sobbarcati anche sacrifici economici: questa tesi è una soddisfazione anche loro. Sono contentissimi: quando ne parlo stanno in silenzio e i loro occhi si illuminano. Non serve vederli per capirlo”.

 

 

    Cosa direbbe Enrico Mioso a chi diversamente vedente volesse seguire il suo esempio?

 

    “Ci vogliono fegato, calma e pazienza, ma ci si può riuscire. In troppi ambienti, di fronte alle persone con disabilità, si gioca al ribasso e si tende ad accontentarsi, invece che a dare la spinta che un ragazzo meriterebbe”.



    di Maria Colucci



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