Pagine della mia estate
Sabato 10 luglio 2010 a lezione sotto le stelle e il cielo si fa lavagna. La scuola è l’Oasi LIPU della Gravina di Laterza provincia di Taranto e l’astrofila è Mimma Colella, che si fa strada fra i gruppi, si presenta, ci stringe la mano, ci coinvolge, ci trasmette la sua simpatia, ha una particolare cadenza, risponde già a qualche domanda. E’ una zona dai meandri imponenti, dalla roccia calcarea e di una rigogliosa vegetazione mediterranea, che si arrampica dappertutto sulle pareti sfruttando come ancoraggio anche le più piccole fessure.
Sono pronta, metto a fuoco, scatto la mia prima foto e in essa la vegetazione mi appare come se volesse scavalcare le massicce bancate calcaree. Quasi mi perdo in quel mio ritratto pensando che, a colpo d’occhio, il quadro deve formare uno spettacolare manto verde in tutte le sue sfumature.
Alle 21.00 suona la campanella. Intraprendiamo uno dei sentieri. Il buio è spezzato solo dalla luce di qualche torcia. Dei cani abbaiano in lontananza. Io mi concentro sul rumore dei passi che calpestano quel suolo con ritmi diversi poi sulla stuoia, seduta all’indiana, la percezione è di appartenere all’Universo. Pianeti che ruotano intorno al sole, miliardi di stelle, le galassie e il mio gessetto disegna una gigantesca girandola.
Un tuffo nel passato più remoto e le stelle insegnano agli uomini a riconoscere la durata di un giorno vedendo il Sole che sorge e tramonta, il concetto di mese attraverso la Luna che torna ad essere piena, il periodo della vendemmia con il sorgere eliaco di una stella chiamata Vindemiatrix, il periodo delle piene del Nilo con la levata eliaca di Sirio...
Il tetto del mondo ruota apparentemente sulla mia testa, a stare fissa sull’asse terrestre è la Stella Polare. Non otterrò certo i risultati di Van Gogh con la sua “La Notte Stellata sul Rodano”, ma devo impugnare fra l’indice e il pollice il mio gessetto per disegnare l’Orsa Maggiore. Le stelle sono sette. I Sumeri vi videro un carro, gli Egiziani un ippopotamo, per gli antichi Romani erano Septem Triones, i sette buoi che girano intorno alla Polare. Presso vari popoli sono ora un cinghiale, ora un feretro seguito da donne piangenti, ora una casseruola, ora il carro di Re Davide, ora un aratro tirato da buoi, ora un mestolone, ora una mannaia, ora una chioccia seguita dai pulcini. Curiosamente anche gli Indiani d'America immaginavano in questo asterismo una figura d'orsa, rincorsa da tre uomini, uno che scocca la freccia, uno con in mano una padella, uno con la legna per il fuoco. Io recito con il Leopardi... “Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti, e ragionar con voi dalle finestre…”.
Ma perché due orsi nel cielo? Per una delle scappatelle coniugali di Giove con Callisto dalla quale ebbe un figlio, Arcade, e che Era mutò per gelosia in un’orsa vagante per le montagne impervie. Il figlio, divenuto cacciatore, un giorno la incontrò e lei, come se lo riconoscesse, emise un gemito. Il figlio, ignaro, l’avrebbe trafitta con la sua freccia se, a quel punto, il padre non avesse trasformato anche lui in un orso per poi prendere entrambi per il codino e innalzarli in cielo per essere ricordati dai posteri di tutti i tempi.
Stelle bianche, azzurre, rosse e gialle a seconda della temperatura sulla loro superficie… Mimma Colella interroga: “Secondo voi sono più calde le stelle blu o quelle rosse?”. Poi prosegue… “Quelli che hanno risposto rosse è perché hanno fatto l’associazione con i rubinetti del lavandino!”...
Ed ecco la storia di Orione, un cacciatore possente, che per essersi vantato delle sue prede innanzi alla dea Diana viene ucciso dal morso di uno scorpioncino ad insegnare che non bisogna essere immodesti.
E sfila in passerella la Costellazione della Bilancia. Le stelle che oggi formano i piatti rappresentavano in antichità le due chele dello Scorpione, come testimoniano i nomi arabi Zubenelgenubi e Zubeneschamali, chela nord e chela sud. Mimma Colella ci suggerisce di chiamare Zubenelgenubi il nostro cagnolino: “E’ simpatichetto come nome no?”.
Col gessetto è il turno della Corona di Arianna. Quando Teseo si recò a Creta per uccidere il Minotauro nel famoso labirinto, Arianna se ne innamorò e accettò di organizzare la sua fuga purchè la portasse ad Atene come moglie. Diede così a Teseo un gomitolo di filo dorato per guidarlo attraverso il labirinto giunto al cui centro l’eroe uccise il Minotauro. Poi i due scapparono, ma Teseo abbandonò Arianna sull’isola di Nasso, mentre dormiva. L'eroina però fu presto consolata poiché sull'isola arrivò il dio Dioniso il quale se ne innamorò, la sposò e la condusse sull’Olimpo. Come regalo di nozze Dioniso dette ad Arianna uno splendido diadema d'oro, opera di Efesto, il dio del fuoco, e le pietre in essa incastonate provenivano dall’India. Quando Arianna passò a miglior vita, Dioniso, ripresa in consegna la corona, decise di collocarla in cielo in suo onore per renderla immortale. In un famoso canto, la Corona Boreale è citata da Catullo: “E perché tra le luci variate del cielo divino la corona d’oro che fu del capo d'Arianna non fosse sola più ma anch'io risplendessi con lei, la dea mi pose astro nuovo fra quelli antichi”.
L’arco, una freccia e la Stella Ascella (la puzzolente!) ed è la Costellazione del Sagittario. Per osservarla con gli Inglesi ecco un coperchio col pomello, il beccuccio e il manico tondo e non sentite Carlo che amoreggia sul balcone? “Cara, hai visto la teiera?”
Una W sulla mia lavagna del cielo per rappresentare Cassiopea, Regina dell’Etiopia, ai tempi dei Greci, situata dalle parti del Libano e della Siria. Un giorno, pettinandosi, pensò di essere più bella delle ninfe del mare, le Nereidi, facendo così adirare Poseidone che, per punirla, mandò una balena feroce a devastare il suo regno. Consultato un oracolo, il responso fu che per placare l’ira divina Cassiopea offrisse sua figlia Andromeda all’orribile creatura marina. Perseo vide la fanciulla incatenata ad uno scoglio. Colpito dalla sua bellezza si offrì volontario per liberare la giovane da questa terribile sorte e promise di uccidere il mostro in cambio della sua mano. Nelle Metamorfosi, Ovidio scrive che Perseo dal suo cavallo alato l’avrebbe creduta di marmo se non le stillassero lacrime dagli occhi e il vento non le muovesse i capelli… Andromeda ebbe tredici figli. Mimma Colella commenta che, al suo posto, si sarebbe fatta sbranare dal mostro pur di non trascorrere la vita in un reparto di ostreticia! E Cassiopea? Gli dei la incatenarono sul trono costringendola a girare in continuazione intorno alla Polare. Il mio gessetto si sbizzarrisce e la W di testa in giù diventa una M e su se stessa il 3, numero perfetto!
Adesso a reclamare attenzione sono la Costellazione del Cigno che vola con le ali aperte, la Lira primordiale di Orfeo, la Costellazione del Delfino, il Bastone di Asclepio associato alla medicina, che consiste in un serpente attorcigliato intorno ad una verga, la Costellazione dell’Aquila, il Triangolo Estivo, la tredicesima Costellazione dello Zodiaco, l’Ophiuchus, non considerata dagli astrologi… Motivo in più per credere che non scivoleremo sulla buccia di banana, che il capo non ci farà arrabbiare perché non c’è nulla di scientifico nelle previsioni!
Ancora una scappatella coniugale di Giove. Questa volta con Alcmena. Un altro figlio, Ercole, che il padre faceva allattare da Era quando questa dormiva per renderlo forte ed immortale. Protagonista un morso al seno e nasce la più bella delle scie biancheggianti, la Via Lattea.
Il brecciolino sotto i piedi, sulla pelle un po’ di umidità. Si torna verso l’ingresso. Aria di fumo dei fuochi accesi, in bocca già l’acquolina della carne che stanno preparando. Focaccia e mozzarelle e ad annaffiare il tutto dell’ottimo vino rosso. I bambini ci girano intorno, mai stanchi. Marco, Tamasha, Vincenzo, Francesca, Lisetta, Donata sembrano disegnare cerchi concentrici sulla ghiaia. Il mio maestro? “Senti quanto è buono! Marì, se non mangi mi tieni il piatto? E senti un po’… Mi passi il bicchiere? Ma come mai è mezzo pieno?”... Ed ecco le attenzioni premurose di Alice e quello sguardo dolce e silenzioso di Betty. E ancora Gianpiero gustare, quasi un po’ appartato, quel succo d’uva tutto italiano ed esclamare soddisfatto: “Mon Dieu!”… Le nostre risate a perdifiato a prolungare la notte, mentre adesso sono le stelle a guardarci e a scrivere le nostre storie.
Sabato 24 luglio 2010, Stadio Comunale di Martina Franca (TA), concerto di Gigi D’Alessio dopo quello di un improvviso acquazzone d’estate che fa slittare le lancette dell’orologio alle 22.30… “Ti potrei raccontare mille storie finite, dove si era giurato amore per l’eternità… Quanti amori nascono così, arrivano come quei venti caldi d'Africa del Nord e riscaldano tutto il freddo chiuso dentro te e non c’è modo di poter scappare via…”.
In “Apri le braccia” nessuno saprà mai cosa c’è stato fra di noi, muovi soltanto gli occhi umidi, mille gabbiani adesso volano sopra quel cielo irraggiungibile, quel paradiso imprigionato da noi... Gigi si siede sul pianoforte per ascoltarci mentre cantiamo: spegni il fuoco che brucia dentro di te e nascondi quegli occhi rossi se pensi a me, ma se lui ti stringe le mani respira più forte dicendo che l'ami, la sua vita è più bella da quando ci sei, gli fai male se un giorno parlando di noi hai una lacrima ancora per me, di “Non dirgli mai”.
E arriva dritto al cuore se detto in dialetto napoletano: “So nnammurato e pazzo ‘e te, tu pe’ mme si a meglio ‘e tutt’e femmene”...... E siamo una voce sola nel gridare che vivere senza di te non vale, che vivere senza di te è morire, che vivere senza di te che sfida...... E tengo stretta la mano del mio pezzettino, perché se per te è Andrea, la mia ricchezza vera, la luce del mio cuore, la mia capanna di dolcezza è lei.
Week-end a Roma (28-29 agosto 2010)… Hotel Lancelot, che prende il nome dal suo primo cliente nel 1953. In Via Capo d’Africa, 47 a pochi passi dal Colosseo e dal Palatino. Mi sto ancora liberando dalla cintura di sicurezza, quando qualcuno mi apre la portiera. Non ci metto molto a capire che si tratta di un gesto di galanteria. Sorrido e ringrazio mentre apro il mio bastone bianco che come sempre mi sembra esclamare: salagadula, mencica, buba bibbidi bobbidi bu… Il cavaliere non se lo aspettava, devo tranquillizzarlo, guardo nella sua direzione e mi parte un occhiolino e adesso è lui che mi sorride. Il ghiaccio si è rotto. La signora Khan ci accoglie all’entrata. L’atmosfera è avvolgente, la stanza numero 45 è ampia, luminosa, particolarmente pulita. I copriletti ricamati, le lenzuola candide, gli asciugamani morbidi morbidi. Sentirò la profumazione della saponetta sulle mie mani anche tante ore dopo.
Prima tappa il Colosseo. Ne respiro la grandezza e mi salta in mente l’uomo di Rodari che voleva rubarlo. Concludo subito che è nostro! La pavimentazione è particolare, il mio bastone bianco non ruota, ma vale la pena di adottare la tecnica della battitura perché mi rende visibile agli altri. Una ventina di scalini da scendere e odi odi! Ecco i passi lontani lontani di Vespasiano, Tito e Domiziano, passi che ripercorrono i secoli.
Sotto gli oltre cinquanta metri di altezza del Colosseo, alcune bancarelle. Il suono di uno strumento musicale mi spinge ad avvicinarmi. E’ la caixa, è melodioso. La ragazza indiana lascia, gelosamente, che io lo esplori. Anche adesso mi sembra di sentire quelle note che hanno la meglio sui duelli dei gladiatori e sulle battaglie navali.
Scende la sera sulla Città Eterna e ai miei occhi il tramonto sembra avere i colori delle rose appassite. La sensazione è di essere calati nel passato e che tutto intorno il tempo si sia fermato.
L’indomani da un ponte ecco la cantilena delle correnti del Tevere. Giù alcuni pescatori. Sulla mia testa, ippocastani a stagliarsi verso il cielo.
Porta Portese, ed è proprio domenica mattina e il mercato si è svegliato… Avanti a gomitate tra la gente che si affolla, canto con Baglioni. Vendono di tutto. A catturare la mia attenzione è un album per le foto realizzato a mano che, sul fronte, presenta parti in rilievo e, al suo interno, una carta particolare al tatto. Il venditore mi si avvicina a passo lento. E’ gentile. Mi spiega una per una le immagini riportate. Lo ascolto attentamente e lo tempesto con mille domande sulle sfumature. Ho le foto dettagliate di ognuno. Il mio sarà quello realizzato con parti di tronco sulla copertina, il primo sul quale è caduto il mio sguardo. Devo aver suscitato tenerezza in quell’uomo se appena allontanatami mi ha richiamata per esprimermi la sua ammirazione e per ringraziarmi per la lezione di coraggio che gli avevo donato. Non mi aspettavo, gli ho sorriso.
Tocca alla Basilica di San Pietro che ha dimensioni da record: può contenere sessantamila persone! Famosa soprattutto per la grande cupola progettata da Michelangelo, affettuosamente chiamata dai Romani “cupolone”.
Suona mezzogiorno. Grandi schermi rimandano Benedetto XVI. Ecco il suo messaggio: “Quando sei invitato vai ad occupare l’ultimo posto, perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.
Trentadue gradi, tantissima gente da ogni parte del mondo. Altra tappa.
Simbolo dell’età barocca, la Fontana di Trevi venne terminata nel 1762 e inaugurata da Papa Clemente XIII. L’effetto scenografico è garantito dal ristretto spazio della piazza circostante, che si presenta come un teatro. La statua centrale rappresenta Nettuno, quelle laterali simboleggiano l’abbondanza e la salubrità con cui l’acqua ha da sempre omaggiato la Città. Scendo, devo bagnarmi almeno le mani… Ehmmm… Se non fosse per la sorveglianza... La mia monetina fa un tuffo deciso, il mio sogno deve realizzarsi.
Ultimo giro, Piazza di Spagna e la pianta è a farfalla e c’è pure una “Barcaccia”. Opera di Piero Bernini, commissionata da Papa Urbano VIII nel 1629, la fontana è decorata con lo stemma della famiglia del Papa, i Barberini, e una leggenda la vuole riproduzione di una barca reale, qui arenatasi durante una piena del fiume.
Torno a casa. Ciao Roma capoccia. Ciao estate 2010.
di Maria Colucci
Ricordiamo infine, che chiunque ritenga di essere a conoscenza di una notizia utile alla nostra comune causa, può segnalarla alla nostra redazione: redazione@rppuglia.org così da renderla pubblica per tutti, attraverso il nostro sito:
|