Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa - ODV
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anno settimo n. 404                              31 gennaio 2012

Un tema

Quanti temi abbiamo scritto noi grandi, a scuola e a casa

    Quanti temi abbiamo scritto noi grandi, a scuola e a casa? “Le mie vacanze”, “Il mio papà”, “Racconta quella volta che hai avuto paura…”. E quanti dovrete ancora scriverne, se invece siete piccoli e andate ancora a scuola!

    Anche quello che stiamo per leggere è un tema, e forse il titolo non è nemmeno tanto originale: “La mia sorellina”. Però le cose che ci sono scritte dentro, quelle sì, sono speciali, perché è speciale la sorellina di cui parla.

    Alfonso Signorini di questa sorellina scrive che: “E’ coraggiosa e testarda. Le piace dire “No!”. Va all’asilo a cavallo, fa ginnastica. Se potesse, forse non andrebbe mai a dormire, perché non si stanca mai. Insomma, sono sicuro che il tema vi piacerà e magari vi verrà voglia di dargli un voto. Io il mio l’ho già dato: è così alto che non ci stava nemmeno sul foglio!”.

 

(Inizio tema)

 

La mia sorellina

 

    La mia sorellina si chiama Erica e ha quattro anni. Non è molto alta, ha una faccia simpatica e i capelli neri. Ci somigliamo abbastanza però siamo due tipi diversi: io a volte sono un po’ pigro, lei no.

    Erica ha una malattia che si chiama “Sindrome di Charge”. Mia madre e mio padre mi hanno spiegato che se nasci con la Charge hai dei problemi agli occhi: sei “ipovedente” oppure “non vedente”. Non capisco perché i grandi usano parole complicate per dire cose facili. “Ipovedente” vuol dire che si vede male. E “non vedente” vuol dire cieco.

    Poi hai un problema che si chiama “ipoacusia”: è una parola complicata per dire che ci senti male. Poi non sei tanto forte e fai fatica a muoverti e questo si chiama “ipotonia”. Insomma, quando hanno finito di spiegarmi tutto ho capito che mia sorella ha parecchi problemi e mi è dispiaciuto, perché io non ne ho nemmeno uno (a parte quelli di matematica).

 

    Una sera, quando ero già a letto al buio e si vedeva soltanto la luce sotto la porta, ho provato a chiudere gli occhi e a tapparmi gli orecchi. Sentivo solo il rumore del cuore e dopo un po’ ho chiamato la mamma. Ma se non senti è anche difficile farti sentire; non sai se hai parlato abbastanza forte. Infatti, la mamma non veniva.

    Allora ho chiamato più forte e finalmente è arrivata. Le ho detto solo che volevo un bicchiere d’acqua. Invece avevo provato a essere Erica.

    Ma c’è una cosa buona. “Erica sente benissimo quando la tocchi, sai?”, mi ha detto una volta la mamma. Allora un giorno ho provato a farle il solletico e lei si è messa a ridere, come tutti gli altri. “Se ride, è simpatica”, ho pensato. E da quella volta le ho fatto il solletico tutti i giorni.

 

    Un giorno, la mamma è arrivata a casa tutta contenta. Era stata in un centro dove le avevano spiegato un sacco di cose sulla malattia di Erica e sulle cure per farla stare meglio. Aveva portato due piccoli aggeggi di plastica. “Sono protesi acustiche”, mi ha detto. “Con questi apparecchi Erica potrà sentirci meglio e forse, tra un po’ di tempo, riuscirà a parlare con noi”.

    Da quel giorno, è successa una cosa magica: Erica ha cominciato a imparare delle parole. Le prime che ha imparato a dire erano le più importanti: “Mamma”, poi “Papà”.

    E poi un’altra, ma magari ve la dice lei. La dice sempre!

    I medici avevano scoperto anche che non era cieca. “Erica vede delle ombre”, mi ha raccontato il papà. “Distingue le cose chiare da quelle scure. E’ come se camminasse sempre con un cappello sugli occhi, uno di quelli con la visiera”.

    Allora sono andato in camera mia, ho preso il cappello da baseball e me lo sono messo tirando giù bene la visiera. Poi ho infilato i parastinchi e poi i paragomiti e ho cominciato a girare per la stanza come un sonnambulo, con le braccia tese, finchè sono andato a sbattere contro il tavolo della sala e sono caduto. Essere Erica non è facile! I parastinchi e i paragomiti mia sorella non li vuole. E’ fatta così, preferisce andare a sbattere contro le cose, ogni tanto. Se le dai la mano, di solito non la prende, vuole cavarsela da sola. Al centro dove ci sono i dottori che la seguono, tutti la chiamano “Testolina”, perché vuol fare sempre di testa sua. Infatti, un’altra parola che ha imparato quasi subito è “No”. Non è importante come mamma e papà o quell’altra ma a lei piace.

    Da quando è stata al centro, Erica fa molte più cose di prima ed è felice, perché non starebbe mai ferma.

    Prendete oggi per esempio: stamattina è andata all’asilo. Ci va tutti i giorni e non vede l’ora, perché le piace stare in mezzo agli altri bambini. Poi è tornata a casa, ha mangiato, ha giocato sul tappeto (la mamma non riesce a farle fare il riposino) e poi è uscita con il papà a fare “fisioterapia”, che è una specie di ginnastica per rinforzare le gambe e le braccia, così Erica può andare dove vuole. Poi ha fatto “psicomotricità”, che è un’altra ginnastica dove ci si muove guardando, toccando e ascoltando. Poi, visto che è giovedì, alle cinque ha fatto anche “ippoterapia”, che vuol dire andare a cavallo. Poi è tornata a casa e non è mica stanca! Adesso è di là che gioca con le fotografie che le ha dato mamma: le sposta, le guarda da vicino, le mette in fila, le stropiccia… A volte io mi addormento e lei è ancora in piedi, giuro.

    Ecco come è mia sorella Erica. E ora che ho finito il tema devo fare i compiti di matematica. C’è un problema, che proprio non mi viene, ma adesso arriva il papà e mi dà una mano. I problemi anche difficili si risolvono prima se qualcuno ti aiuta.

    Ecco l’altra parola importante! Lo sapevo che Erica l’avrebbe detta: Paolo sono io.

    Vado a farle il solletico, ciao.

 

(Fine tema)



    di Maria Colucci



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