Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa - ODV
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Una storia per Pasqua 2013:

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anno ottavo n. 455                              29 marzo 2013

Una storia per Pasqua 2013

Sahida vorrebbe giocare con la trottola, però non riesce a ricordarsi dove l’ha lasciata il giorno prima

    Sahida vorrebbe giocare con la trottola, però non riesce a ricordarsi dove l’ha lasciata il giorno prima. Nella capanna di paglia e fango dove vive con la mamma e il fratellino non c’è. Forse lì, sotto la tettoia, vicino al forno? “Stai lontana, Sahida!”, esclama la mamma. “Il forno brucia, vedi che è rosso e giallo? E’ perché è acceso e dentro c’è il fuoco”.

    Sahida dice di sì con la testa. Ha sei anni, ma sa già tante cose: il forno, quando è rosso e giallo, brucia. E’ giallo e rosso come il sole, e anche il sole è caldo e brucia.

    Il forno è fatto così: c’è un grande buco scavato nella terra e vicino c’è un buco più piccolo. Nel buco piccolo la mamma infila la paglia e i legnetti per dare da mangiare al fuoco che brucia nel buco grande. Sopra il buco grande si mette una pentola di ferro e dentro la pentola si versa il riso per farlo bollire. Quando il riso è diventato morbido si può mangiare. Sahida sorride: ha capito tutto. Ha anche voglia di mangiare il riso, ma bisogna aspettare.

    “Vado a giocare con Kim” dice alla mamma. E corre a cercarlo. Eccolo laggiù, vicino alla siepe. Sahida si avvicina piano piano e lui non la sente arrivare perché le cicale fanno un gran rumore. Gli posa le mani sugli occhi all’improvviso e gli chiede: “Chi è?” “Sahida!”, risponde lui. Poi prova ad alzarlo per farlo girare nell’aria, ma non ci riesce. Solo qualche mese fa Sahida riusciva a prendere tra le braccia il fratellino e insieme giravano in tondo, proprio come trottole. E la mamma rideva. “Com’è forte la mia bambina!”, esclamava.

    Sahida adesso pesa solo undici chili, per questo non riesce più a sollevare Kim. Sahida sa tante cose, ma certe no: non sa che da qualche mese la mamma ha perso il lavoro e che ha pochi soldi per comprare il riso. Così, quasi non mangia per dare tutto quello che può ai suoi bambini.

    “E’ pronto, venite!”, grida la mamma. Sahida corre tenendo per mano il fratellino e si siede al suo posto col fiatone. C’è un piatto di riso per lei e uno per Kim. E la mamma? “Io ho mangiato”, dice, sorridendo. Sahida sa tante cose, ma questa no: non sa che anche se la mamma sorride, è triste.

    Sahida mangia e quando ha finito ha ancora fame. Ha anche caldo, perché è mezzogiorno e il sole è giallo più che mai. Ma si sta bene lì all’ombra, sotto la tettoia. Però Kim si è addormentato e Sahida non può giocare con lui.

    “Dormi anche tu”, le dice la mamma. “Io vado a prendere l’acqua al pozzo”.

    La bambina si accoccola vicino al fratellino, ma non ha sonno. Allora, finalmente, si ricorda dov’è la trottola: il giorno prima l’ha lasciata sotto una panca, contro il muro della capanna. È fatta di legno, con una striscia di azzurro lungo il bordo. Sahida sa come si gioca: bisogna farla girare tra il pollice e l’indice e poi lasciarla cadere per terra.

    Ci prova una volta, ma la trottola non gira, rimbalza sul pavimento e si ferma. Sembra facile, invece è difficile. Bisogna essere bravi, farla girare velocemente prima di posarla sul pavimento. Sahida riprova e la trottola questa volta gira, gira, gira. Gira, gira, gira sulle mattonelle. Gira, gira, gira e rotola verso il forno . gira, gira e saltella sul bordo una volta, due volte, tre volte, poi ci cade dentro. Sahida strilla: “Oh, no!”. E si avvicina al forno, che è buio. Non è rosso e giallo. È spento. E quando il forno è spento dentro non c’è il fuoco…

    Sahida sa tante cose, ma certe no: non sa che anche se è buio, il forno brucia ancora. Sembra freddo, invece è caldissimo.

    Per questo non si preoccupa e si sporge nel buco grande, infila le braccia per prendere la trottola e cade.

    Quando si sveglia, Sahida è distesa in un carretto e le fanno male la testa e le mani. Bruciano, come le punture delle api. La mamma ha steso il velo del suo sari colorato sul carretto, per farle ombra. La bambina la ascolta parlare con un uomo, davanti a una grande porta di ferro. È l’ingresso di un ospedale, ma lì curano solo chi ha i soldi per pagare. La sua mamma soldi non ne ha: le danno delle bende nuove e la mandano via.

    Il portone di ferro si chiude e la mamma si guarda intorno in silenzio. Ma un signore le viene vicino: ha visto quello che è successo e la vuole aiutare. “C’è un posto dove curano anche chi non ha soldi”, le dice. “Devi andare a Thegaria, lungo la strada che porta a Calcutta. Vieni con me, ti accompagno”.

    Il carretto comincia a muoversi e Sahida dopo un po’ si addormenta.

    Al risveglio, tutto è cambiato: si trova in una stanza fresca. La testa le fa un po’ meno male e un signore vestito di verde le sta fasciando le mani. Sente anche un buon odore di riso e di spezie.

    “Adesso si mangia”, le dice il signore, strizzandole un occhio. “Tu non puoi toccare il cucchiaio, perciò ti aiuterà la mamma”.

    L’ospedale è un posto bellissimo, ogni mattina il signore vestito di verde cambia le bende a Sahida e a mezzogiorno e alla sera le portano da mangiare. Riso, frutta, e anche il pollo. E’ un ospedale senza portone, dove tutti possono entrare per farsi curare. Nessuno ti manda via, qui, e chi ha bisogno può restare a lungo.

    Sahida ci rimane per tre mesi e la mamma va a trovarla ogni settimana.

    Oggi Sahida guarda fuori dalla finestra: dovrebbe venire la mamma, ma non è ancora arrivata. All’improvviso però qualcuno le mette le mani sugli occhi e chiede: “Chi è?” “Kim!”. Sahida si volta e lo stringe forte: è tanto tempo che non vede il suo fratellino.

    “Sei cresciuto!”, esclama, guardandolo, mentre la mamma entra nella stanza.

    “Anche tu!” dice Kim. Poi Sahida ridendo lo solleva e lo fa girare al centro della stanza. In tondo, in tondo, in tondo…

    “Com’è forte la mia bambina!”, sussurra la mamma, coprendosi la bocca con il velo del sari. Sahida non sa certe cose, ma questa sì: sa che la mamma piange perché è troppo contenta. Non sorride, ma è felice.

 

 

    Il riso e il pianto sono tanto diversi, eppure a volte si toccano, si confondono. Chi di mestiere fa il comico, quando va al massimo, riesce a far ridere tanto da far venire le lacrime agli occhi e sì, viene proprio da piangere. Certo è una magia e quando succede è bellissimo: è la magia dell’emozione. Riso e pianto che si toccano e si confondono, come una bambina e la sua mamma quando si abbracciano strette strette.

 

    I componenti del Consiglio Direttivo dell’Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa ONLUS augurano ad ognuno di voi di vivere una Pasqua densa di emozioni.



    di Maria Colucci



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