Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa - ODV
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Dall'Assemblea del 14 Dicembre, le relazioni mediche (prima parte):

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anno ventesimo n. 677                              19 gennaio 2026

Dall’Assemblea del 14 Dicembre, le relazioni mediche (prima parte)

   Domenica 14 Dicembre 2025, in seconda convocazione, si è svolta l’Assemblea Ordinaria dei soci dell’Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa – Organizzazione di Volontariato. La riunione ha avuto luogo presso l’Aula universitaria “Luigi Cardia” della Clinica Oculistica del Policlinico di Bari.

 

   Sono stati presenti il Dott. Ugo Procoli, Presidente del nostro Comitato Scientifico Regionale, la Dott.ssa Patrizia Lastella, la Prof.ssa Nicoletta Resta e il Prof. Francesco Boscia. Se pur assenti, non sono mancati l’abbraccio affettuoso del Fondatore della nostra Organizzazione, il Prof. Matteo Bracciolini, ed il caro saluto del Dott. Vincenzo Lorusso.

 

   I lavori hanno avuto inizio con il saluto del Presidente dell’A.P.R.P., Dott. Gianfranco Taurino, il quale ha ringraziato tutti i presenti, in particolar modo i medici relatori per la loro generosa disponibilità. Ha rivolto il suo saluto e ha espresso la sua gratitudine, altresì, al Garante della Disabilità dell’Ente Regione Puglia, Prof. Antonio Giampietro, e ai Presidenti regionale e provinciale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, rispettivamente Paolo Lacorte e Vito Mancini.

 

   In questa newsletter, vi riportiamo le relazioni delle genetiste. Farà seguito il contenuto dell’esposizione del Prof. Boscia.

 

          (Inizio relazioni, prima parte)

 

   Il Dott. Procoli saluta i convenuti e sottolinea che questo appuntamento è un’occasione “molto ghiotta” per fare il punto della situazione su quello che è lo stato dell’arte nell’ambito delle distrofie retiniche sia dal punto di vista clinico che dal punto di vista genetico. Introduce perciò i relatori di altissimo livello che aggiorneranno su tutte le novità più recenti. Presenta la prima relatrice, la Dott.ssa Lastella, che è specializzata in genetica medica, lavora al fianco della Prof.ssa Resta ed è il punto di riferimento quotidiano nell’attività clinica per i pazienti con distrofie retiniche che si rivolgono al Policlinico.
   La dott.ssa Patrizia Lastella porge un saluto e ringrazia per questo invito. Propone di tenere una lezione minima di genetica per capire quali e quante siano le distrofie retiniche, quali siano i geni responsabili di queste patologie, come si trasmettano e a cosa servano una consulenza genetica e un test genetico. Si parla di un calderone di patologie, che vengono definite distrofie retiniche ereditarie. Si tratta di un gruppo eterogeneo sia da un punto di vista genetico che da un punto di vista clinico e all’interno di questo insieme enorme le patologie vengono sottoclassificate in base a quale fotorecettore o quale strato retinico rimangano primariamente coinvolti. Si hanno dunque due estremi: le distrofie dei bastoncelli e le distrofie maculari. All’interno di questi gruppi, ce ne sono altri divisi in base alla gravità: la forma più grave è l’Amaurosi congenita di Leber che, come dice la parola stessa, è una patologia che coinvolge l’occhio sin dai primi anni di vita, ma vi sono anche altre forme che invece sono più stabili nel tempo come la Cronotopsia. Se c’è un coinvolgimento dei bastoncelli, primariamente viene persa la visione periferica; se c’è un coinvolgimento centrale, quindi una distruzione dei coni, si presentano la Stargardt e la Best. Il gruppo più rappresentativo è quello delle retiniti pigmentose, con la prevalenza di 1 a 3000 e 1 a 5000 circa. È il gruppo più rappresentato perché solo per le retiniti pigmentose finora sono stati descritti circa 90 geni e se ne aggiungono continuamente. Quindi è la forma più eterogenea dal punto di vista genetico perché più geni sono responsabili della stessa forma di malattia. Di contro, si ha varietà fenotipica, cioè clinica: stesso gene può dare malattie diverse perché a seconda del tipo di mutazione, di variante, o della zona del gene in cui la variante cade, si possono avere quadri clinici differenti; per esempio, la rodopsina può dare una forma di Retinite Pigmentosa autosomica dominante così come la cecità notturna (incapacità di adattamento esclusivamente di notte) che sono due patologie, anche per gravità, completamente diverse.

   Si hanno anche forme ereditarie isolate e forme ereditarie sindromiche. Ci si concentra su quelle forme isolate in cui essenzialmente è coinvolta soltanto la visione. Le forme ereditarie sindromiche sono la Usher, dove c’è anche il coinvolgimento dell’orecchio, o altre forme in cui ci sono altre caratteristiche come il ritardo cognitivo, l’obesità, o ancora la mucopolisaccaridosi che nelle forme attive può portare alla RP.

   Le retiniti pigmentose si trasmettono con diverse modalità: abbiamo le forme autosomiche dominanti in cui è sufficiente che una sola copia del gene sia alterata affinché la malattia si manifesti, le forme autosomiche recessive in cui entrambe le copie del gene devono essere mutate affinché la malattia si palesi, e infine una forma più rara di RP che è la forma legata al cromosoma X, solitamente in forma recessiva è rara, ma è anche quella che ha l’evoluzione più grave.

   Nei sei anni di attività al Policlinico, si è fatta consulenza a circa 130 pazienti, di cui la maggior parte presenta una forma di retinite pigmentosa autosomica recessiva nel numero di 36 casi; nella casistica, dopo la Retinite Pigmentosa, si verificano 26 casi di Usher e infine casi di Maculopatia di Best che è ancora più rara, fino a forme meno gravi come la cecità notturna. Vi sono ancora una decina di casi circa in analisi. In un 10-12% dei casi non si sono trovate varianti nell’analisi molecolare perché probabilmente si tratta di forme di pseudoretinite, cioè non forme ereditarie ma forme dovute ad altre condizioni come infezioni o esposizione a metalli pesanti. Questi casi di solito riguardano persone di età avanzata. Il primo gene caratterizzato dalla Retinite Pigmentosa risale al 1984. In questi anni la situazione è in crescendo: si è arrivati solo per le retiniti ad individuare 90 geni. Si può immaginare cosa significhi analizzare singolarmente 90 geni: è un’impresa ardua. Il fattore positivo è che oggi è possibile eseguire dei test genetici altamente sensibili, ma soprattutto con tempi ristretti perché ci sono metodiche nuove. Quella che viene utilizzata nell’Unità Operativa in esame è l’esoma clinico: si tiene una persona in analisi molto brevemente per una serie di geni, cioè per l’esoma che è la parte codificante del nostro genoma. La macchina restituisce il risultato e i bioinformatici e biologi filtrano questi dati in base all’indicazione che i genetisti danno loro: per la Retinite Pigmentosa, per la Stargardt, etc. Questo consente di abbreviare i tempi a qualche mese. Il test genetico serve a definire la patologia, la prognosi, quindi l’aggressività di quella forma, il tipo di ereditarietà.

 

   Il Dott. Procoli passa la parola alla Prof.ssa Resta.

   La Prof.ssa Resta ringrazia il Consiglio Direttivo per l’invito e perché l’Associazione ha fatto anche dono di una borsa di studio al Policlinico che è estremamente utile per poter ampliare l’équipe medica con una persona in più e comunque aiutarla nella ricerca. Sottolinea che ancora si ignorano molte informazioni sulle patologie in esame e che, sebbene le distrofie retiniche, in particolare le retiniti pigmentose, siano paradigmatiche per certi aspetti in quanto sono un ventaglio di trasmissioni, è anche vero che esistono tante piccole varianti dove ciascuna può in combinazione in ognuno di noi giustificare un rischio aumentato per determinate patologie e spiegare tutte quelle situazioni in cui si ha, a parità di alterazione, un’espressione fenotipica diversa, quindi un esordio più precoce o un esordio più tardivo. Va marcato che la genetica in questi anni è in grande fermento, ci sono vari approcci che sono una porta d’ingresso perché permettono di far accedere i pazienti a un ventaglio di terapie, quindi si può dire che questo è un vero e proprio cantiere dove si lavora continuamente. Dal punto di vista genetico si procede all’identificazione dell’alterazione: è soltanto il punto di inizio imprescindibile perché consente poi di dare delle indicazioni ai clinici per le possibili terapie. Non si sta parlando di miracoli, però il fatto che ci siano tantissimi studi sperimentali significa che c’è tantissimo lavoro che si sta realizzando e si stanno raggiungendo dei progressi che erano prima inimmaginabili, come la terapia genica: la possibilità di inserire in un “taxi” biologico un gene buono per poter sopperire alla funzione mancante per farlo arrivare nelle cellule; un requisito essenziale è che le cellule siano vive perché questo “taxi” si deve mantenere attivo e deve continuare a produrre questa proteina. Non si può però pensare di poter applicare questo metodo per tutte le patologie perché i frammenti di DNA, i geni, spesso sono molto grandi e non trovano passaggio; tuttavia, ci sono dei grossi miglioramenti: nel caso della sindrome di Usher, un gene molto grande nella forma può essere addirittura spezzettato, si può quindi fare in modo che con due vettori diversi il gene diviso in due possa arrivare direttamente alla cellula; combinati questi due virus, essi possono dare origine alla proteina. Questi sono alcuni degli esempi che in qualche modo rendono veramente ottimisti. Si parte con l’identificare il difetto per arrivare poi ad ipotizzare delle possibilità. Del resto, ciò succede anche per le sindromi tumorali: l’oncologo ha un set di farmaci e può intervenire con terapie diverse in tempi differenti. Anche per le distrofie retiniche sarà così. Ci sono dei farmaci o comunque delle terapie cellulari che permetteranno di trapiantare delle cellule staminali che sono ancora in fasi molto precoci, le cosiddette fasi 1 e 2 che sono fondamentali prima di far sì che un trattamento possa essere esteso a tutti i pazienti, fasi che consentono di valutare la sicurezza di quello che si sta facendo e quella che è l’efficacia prima di passare alla fase 3, che è quella che permette a un numero ampio di pazienti di poter usufruire di quel farmaco oppure di poter utilizzare quel determinato virus modificato per una terapia genica.
   C’è poi l’aspetto che riguarda l’ortogenetica: è veramente affascinante proprio perché noi abbiamo tantissimi geni, tantissime mutazioni e non ci si può illudere di procedere su qualsiasi gene o mutazione, quindi avere vari approcci utilizzando per esempio delle proteine fotosensibili che possono essere iniettate sempre attraverso un virus si rivela utile. Ancora in fase clinica 1-2 è l’approccio in cui è possibile veicolare quello che fa il caporeparto, una sorta di master regolatore che dà istruzioni per l’espressione di una serie di geni e che potrebbe essere utilizzato nelle forme più avanzate, quindi laddove non è possibile intervenire direttamente sulla mutazione.

    La Prof.ssa Resta punta a creare un registro pazienti perché nel momento in cui si inseriscono i loro dati, si riesce a caratterizzare dal punto di vista molecolare e clinico la situazione medica degli stessi. Quando le terapie si renderanno disponibili, il registro faciliterebbe l’intercettazione delle persone a cui somministrarle; inoltre sarebbe uno prezioso strumento per fare studi sulla relazione fenotipo-genotipo e così via che possono essere utili per capire la storia naturale di queste patologie per arrivare ad un’applicazione nella pratica clinica.

 

          (Fine relazioni, prima parte)



    di Maria Colucci



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