Associazione Pugliese per la Retinite Pigmentosa - ODV
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Dall'Assemblea del 14 Dicembre 2025 (seconda parte):

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anno ventesimo n. 678                              21 gennaio 2026

Dall’Assemblea del 14 Dicembre 2025 (seconda parte)

   Domenica 14 Dicembre 2025, si è svolta l’Assemblea Ordinaria dei soci dell’A.P.R.P. – O.D.V.. Il Presidente, Dott. Gianfranco Taurino ha introdotto i lavori ricordando che nel 1978-1979, il Prof. Matteo Bracciolini, Fondatore della nostra Organizzazione, cominciò a radunare i primi pazienti presso l’Ospedale “Giovanni XXIII” e che, da quel momento, ebbe inizio la nostra storia, metà della quale poi, a partire dal 2004-2005, si è svolta presso la Clinica Oculistica del Policlinico. Dopo alcuni secondi di silenzio perché, come si canta, “l’emozione non ha voce”, il Presidente ha richiamato i sentimenti provati entrando, per la prima volta, nell’Aula “Luigi Cardia”, quando ancora vedeva, lo stesso luogo che adesso, dopo anni di lavoro in corso, ristrutturato, ci ha riaperto le porte con rinnovata accoglienza.

    Con la presente, scriviamo un’altra pagina della nostra vita, riportando la relazione del Prof. Francesco Boscia.

 

          (Inizio Relazione)

 

   Il prof. Boscia ringrazia la Dott.ssa Patrizia Lastella e la Prof.ssa Nicoletta Resta per l’interesse nel loro operato. Ammette che è veramente un momento storico per quanto riguarda le terapie geniche dell’occhio. Si figura che è chiaramente una discussione emotiva, ma che ha delle basi solide, ha una sostanza scientifica. Ricorda che la scienza ha progredito in maniera rapida negli ultimi decenni, e che viviamo “un momento entusiasmante”. L’altro dato miracoloso e fortunato è il fatto che l’occhio sia accessibile alle terapie genetiche al contrario di molti altri distretti dell’organismo, di molte altre sindromi in cui probabilmente l’approccio medico è più complesso. Si ha la possibilità di accedere all’occhio in maniera diretta e così si possono iniettare vettori virali che riescono a entrare nelle cellule dell’occhio e a produrre il loro effetto. Tuttavia, ci sono ancora tantissime sfide da vincere. C’è una grandissima promessa che deriva dalle terapie geniche. Riporta un editoriale di Robert McLaren del 2016, un collega scozzese che lavora a Oxford in un gruppo di 50 ricercatori tra scienziati di base e chirurghi, sottolineando che è una ricerca che ha dei fondi e di questo si è parlato ultimamente al Congresso di Floretina a Firenze in cui si è passata una giornata a discutere in maniera molto illuminata tra scienziati di base, tra quelli che lavorano nelle aziende biotech fondate perlopiù da due o tre colleghi ricercatori che hanno un’idea brillante come quella di spezzettare i virus, sui fondi di investimento: ci sono tantissimi miliardi di dollari che si investono in questo campo, per cui questo è un altro degli aspetti che deve portare ottimismo. Oggi c’è la terapia genica per l’Amaurosi di Leber derivante dal deficit biallelico del gene RPE65: è un qualcosa di datato, ricorda che è stato eseguito in Clinica Oculistica un trattamento di questo tipo tre anni fa. Quello che si sta per verificare nell’immediato è la possibilità di creare dei geni che, iniettati nell’occhio, possano produrre farmaci che altrimenti devono essere iniettati periodicamente. Innanzitutto il primo aspetto da sottolineare è quello della terapia di miglioramento, di aumento delle possibilità, di correggere i deficit genetici che dipendono cioè da un singolo gene. Se si tratta di un difetto plurigenetico, invece, i punti di approdo sono diversi ed è difficile poterli contenere tutti; viceversa, è chiaro che si è focalizzata l’attenzione su tutte le malattie che dipendono dal deficit di un singolo gene: è più facile potervi intervenire.
    Il gene RPE65 codifica una proteina fondamentale per il ciclo visivo, che porta un impulso fotonico a tradursi in uno stimolo visivo in un processo biochimico e biofisico. Il nuovo gene viene introdotto in un vettore, in uno shuttle, cioè un adenovirus che è il virus dell’influenza in cui viene alterato l’RNA di questo gene che codifica un DNA complementare, cioè un frammento di gene. Inserito in questo shuttle, iniettato sotto la retina, entra nelle cellule retiniche e inizia a produrre la proteina che altrimenti non veniva prodotta dal gene deficitario. È un modo molto intelligente di introdurre il gene deficitario; una delle sfide della terapia genica è che questi shuttle hanno delle dimensioni contenute e si arrivi perciò a spezzettare i geni per introdurli sotto la retina. Mostra poi il video dell’intervento eseguito sulla piccola Francesca di 11 anni, che aveva già sviluppato i segni della RP; aveva però il vantaggio di avere 11 anni, con una grossa porzione di cellule ancora vitali e pertanto con un grosso margine di miglioramento. La terapia non è particolarmente complessa dal punto di vista del chirurgo; ci sono degli step fondamentali: non danneggiare la retina sottile perché la retina di un paziente con malattia distrofica ha un danno nella struttura, per cui è più sottile di una retina normale e bisogna essere delicati nelle manovre che portano alla possibilità di iniettare il farmaco –; controllare tutte le zone periferiche – quello di Francesca è un caso in cui c’è stata attrazione sulla retina per cui era necessario essere estremamente delicati nel manovrarla; una volta che la retina è pulita da tutte le aderenze del corpo vitreo e dalle possibili complicanze che possono insorgere, si inietta al di sotto della retina con degli aghi sottilissimi dello spessore di poco superiore a quello di un capello – la sospensione di vettori che contengono il gene. È una manovra tecnicamente complessa perché si è visto che può provocare dei danni collaterali come tutte le manovre chirurgiche. Si crea una bolla di sospensione che poi disperde i geni all’interno del tessuto retinico. Effettivamente la capacità visiva di questi pazienti che sono di fase 3 migliora. Il campo visivo della piccola paziente prima dell’intervento era quasi tutto nero, qualche settimana dopo l’intervento il bianco è comparso. Una ventina di giorni dopo l’intervento, la piccola ha dichiarato di vedere i gradini mentre scende le scale.
   Ci sono più di 250, quasi 300 geni responsabili di questo fenotipo: è anche per questo che gli oculisti possono sbagliare la diagnosi. Delle retinopatie pigmentose solo il 2% può trovare una cura con le terapie attualmente disponibili. Ma c’è un mercato enorme e ci sono tanti fondi che aspettano di essere investiti. Se si modifica il genoma, si ipotizza che ci sia una durata a vita della terapia; per ora si è stimato che ci siano circa 40 anni di efficacia. La terapia costa per lo studio e per la sperimentazione di fase 1 e 2 e tutto questo porta le industrie, aziende quotate in Borsa, a cercare la copertura dei costi e il profitto. Il costo per occhio è altissimo. Si tratta di calcoli fatti anche sulla base di quanto togliere una persona dalla dipendenza, dalla ipovisione, possa impattare in termini economici su quella persona, sui caregiver, sui pagatori come le strutture INPS; tutti questi sono costi che la società supporta e che purtroppo nella logica attuale non si notano: il sistema regionale della sanità porta anche a un’ipovisione del quadro globale.
   C’è la terapia genica per le maculopatie senili: la maculopatia è una malattia degenerativa cronica; al momento attuale la terapia usa farmaci che bloccano la proteina che dà carburante a questa patologia con delle iniezioni che hanno durata di fino a quattro mesi, quindi ripetute nel tempo. L’adenovirus viene iniettato nell’occhio, entra nel nucleo, lega al DNA questo gene, che codifica la proteina bloccante. La somministrazione al momento è chirurgica, si inietta sotto la retina. La Clinica Oculistica ha fatto parte della sperimentazione clinica di fase 3. Si sta studiando anche la somministrazione sovracoroidale, che è un metodo meno invasivo. Dopo la somministrazione di questo farmaco, si mantiene l’acuità visiva con un numero molto minore di iniezioni, ma non è ancora clinicamente applicabile. Ci sono anche altre modalità di somministrazione: una di queste, in fase immediatamente preclinica e che si sta per concludere è l’Ixo-vec, un vettore virale che viene iniettato nel vitreo come un’iniezione intravitreale semplice, quindi molto meno invasiva; un’altra è la 4MDT, un’altra idea della Silicon Valley, sempre consistente in iniezioni intravitreali.
    Ci sono moltissimi studi sulle cellule staminali, negli anni sono aumentati da 30 a 320, condotti in tutto il mondo – qui a Bari se ne sta conducendo uno insieme al Gemelli e alla Cattolica di Roma. Sono delle cellule indifferenziate che si riproducono e si differenziano in cellule mature. Le cellule retiniche, come quelle del cervello, non possono essere replicate se danneggiate, producono una cicatrice. Bisogna trovare un modo per individuare una medicina rigenerativa, che serve alla più parte dei pazienti perché arrivano in Clinica quando la maggior parte delle cellule retiniche sono andate perse, o che produca dei fattori trofici, che stimolino cioè le cellule moribonde a riprendere una certa vitalità: possono essere ovviamente dello stesso soggetto – condizione ideale per non correre il rischio di reazioni autoimmuni – oppure di un soggetto di tipo diverso; possono provenire da diverse sorgenti: sangue, midollo, cordone ombelicale – che è l’oggetto dello studio condotto insieme al Gemelli per la maculopatie di forma atrofica – e hanno diverse categorie: ci sono le cellule staminali totipotenti, delle fasi iniziali, di quando sono ancora degli aggregati cellulari – che possono quindi fare di tutto – e le cellule pluripotenti che partono da cellule del nostro organismo e possono essere differenziate in diversi modelli evolutivi – anche per esempio per l’ectoderma che è la base del tessuto nervoso. Tutte queste cellule hanno un potenziale enorme, sono oggetto di studi clinici, molto importanti per i fattori di sicurezza perché in America c’è stato il caso di un paziente a cui sono state iniettate delle cellule staminali nell’occhio e in cui si è avuta una distruzione di tutto il tessuto retinico irreversibile.

    Tutta questa ricerca va molto lentamente, procede per gradi e tutto questo porta via decenni di studio. È un percorso assolutamente complesso, ma che porta alla fine dei risultati veramente emozionanti e che danno una speranza per il futuro.

 

          (Fine relazione)



    di Maria Colucci



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